Relatività

Anni fa, durante la mia (pessima) esperienza in Milestone, a Milano, avevo una coinquilina tedesca. Classica ragazza che era venuta in Erasmus e aveva finito per restare per anni. Aveva imparato l’Italiano molto bene, mi capiva se parlavo veloce, conosceva un sacco di parole, aveva anche quasi preso l’accento milanese. Ma quando le capitava di dover dire qualche parola inglese in mezzo a una frase, la pronunciava nel modo più giusto, ad ascoltarla faceva un contrasto enorme col resto delle parole.
Mi sono sempre chiesto il perché di quello sforzo, quando pronunciare le parole inglesi all’Italiana avrebbe creato meno stacchi nella frase, ma per correttezza mi sono sempre tenuto la domanda per me.

Anni dopo, in Francia, mi sono accorto che facevo la stessa cosa anche io. Non è chiaro finché qualcuno non te lo fa notare, e di solito la gente, per correttezza, non ti fa notare niente.
Ho trovato tre casi per cui quando pronuncio una parola in una lingua straniera mentre ne parlo un’altra si crea questa strana impressione di pausa e sforzo di pronuncia:

  1. non so pronunciare la parola inglese “alla Francese”; piuttosto che tirare fuori un verso senza senso preferisco lanciarmi in una performance degna di Oxford, il che poco si accorda col ritmo della calata francese
  2. la parola in questione, diciamo “count”, detta alla Francese suona come “cunt” (leggere all’Italiana): il suono è troppo brutto, la mia pronuncia maccheronica non sarà musica per le orecchie della regina ma a tutto c’è un limite; risultato: dicendo “càunt” creo un suono che la gente capisce ma che non si aspetta
  3. in realtà non sto facendo alcuno sforzo, dico un termine inglese come lo direi a un amico italiano, tipo “Warhammer” (leggi “uoràmmer”, con erre alla Russa); un Francese che non abbia la minima idea di quale sia la pronuncia corretta (e che direbbe “uarammèr”, con tanto di erre moscia), sentendo un suono a cui non è abituato prenderebbe la mia pronuncia per più vicina a quella corretta

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