Britons in fuga

Gli Inglesi si sa, hanno uno humour tutto loro che va capito. Non riesco ancora a ridere a tutte le loro battute, ma quella sulla fuga di cervelli mi ha fatto divertire sin dal primo giorno. La storiella, in breve, racconta dei grafici, programmatori e designer che, attirati da nomi come 2K e Bioware e da stipendi alti, decidono di abbandonare la cappelluta regina alla sua solitaria crociata contro le volpi e di fare un biglietto di sola andata per il Canada. La parte davvero divertente però è quando penso a tutta l’immigrazione di alto livello che hanno, quando penso a tutti gli Italiani, i Francesi, gli Spagnoli, i Tedeschi, gli Svizzeri che vanno a riempire i buchi lasciati da questi aspiranti Canadesi.

Ma perché in Canada, invece dei pesciolini e dei fiori di lillà come tutti credevamo ci sono tante, tante società di videogame? Perché anche i non-Canadesi, tipo Capcom e Ubisoft, diventano all’improvviso fan delle temperature sotto i -15 e aprono filiali fra le nevi? Facile: le riduzioni sulle tasse, le ottime infrastrutture e l’abbondanza di esperti. Il Canada permette alle aziende straniere di capire meglio come funziona il mercato nordamericano, di avvicinarcisi non solo fisicamente; concede però a differenza degli Stati Uniti tasse ridotte alle aziende di videogame permettendogli quindi di offrire stipendi più alti, quindi di attirare più candidati, selezionare il meglio e creare ambienti stimolanti che a loro volta attirano i migliori. Quando quei burloni degli Inglesi mi fanno notare quanto sono cattivi i Canadesi che gli rubano tutti i migliori sviluppatori io rido, e gli rispondo che potevano farli anche loro questi sconti sulle tasse. Non che non li facciano già (e questo grazie alla TIGA),in realtà dovrebbero essere solo un po’ più consistenti, ma stanno sulla buona strada. Poteva farle Sarkozy queste riduzioni prima di far scappare Ubisoft, poteva farle Merkel, poteva farle Berlusconi. Il governo italiano in particolare non riscuote nulla dagli sviluppatori di videogame visto che non ce ne sono; potrebbe ridurre le tasse al 2% e attirare qualche grosso nome, in fondo “two is megl che gnent”. Così invece gli Italiani vanno via a tappare i buchi in Francia, Inghilterra, Polonia o dovunque ci siano buchi da tappare. Con la sua politica il Canada si è creato un ecosistema che favorisce le startup e genera professionisti capaci e con soldi da spendere. Le aziende di sviluppo canadesi hanno dato un lavoro stabile a 16500 persone nel 2012 e creato 27000 posti di lavoro, contribuendo al PIL con 2.3 miliardi di dollari.

Facciamo un esempio immaginario: un impiegato di EA Canada dopo 10 anni decide di andarsene e di aprire la sua società. Ha l’esperienza e i contatti, ha messo da parte dei soldi e con un altro ex-impiegato, magari conosciuto all’università o a qualche fiera, ci prova. Ha internet veloce (già, la banda larga non serve solo a scaricare porno), se cerca prestiti o investitori ha buone probabilità almeno di parlare con persone che sanno quali sono i costi, i rischi e i profitti di un progetto sui videogame, può ottenere consigli commerciali e legali. La legge non lo ostacola più del dovuto e il governo lo spinge. Se il gioco avrà successo potrà trovare impiegati con esperienza per espandere il team, creerà posti di lavoro e attirerà altri Inglesi. Saranno posti di lavoro ben pagati naturalmente, mediamente 72000$ l’anno, perché se vuole competere con le altre società e non vuole assumere solo stagisti è costretto, ma se le tasse sono basse e vende bene se lo potrà permettere. Se va male, beh, un altro posto interessante come impiegato lo troverà prima o poi. Questi impiegati e imprenditori che pagano poche tasse sono persone altamente qualificate che portano prestigio al Canada, vendono beni immateriali all’estero, comprano a loro volta computer, console e videogame e muovono l’economia. Insomma, meglio 10 persone contente che spendono e che versano 100 dollari ciascuno di tasse al mese o una persona senza un soldo che versa 500 dollari di tasse al mese, ma che non compra niente e alla prima occasione andrà via?

Immaginiamo lo stesso caso in Italia: intanto Electronic Arts non c’è, prendiamo Ubisoft. Ubi Italia, come tante altre multinazionali, è principalmente una sede commerciale: serve a fare marketing mirato agli Italiani, a minare soldi insomma. Lo sviluppo è altrove, proprio per i motivi di cui sto parlando. Comunque almeno un gioco, se così lo vogliamo chiamare, in Italia l’hanno fatto: “che fai, ci provi?”. Difficile che uno impiegato lì da 10 anni, ammesso che ci sia, se ne vada per un motivo diverso da “ho trovato lavoro all’estero”, perché se la startup gli andasse male sarebbe costretto a rielemosinare lavoro nella stessa azienda che ha lasciato. Difficile anche che abbia soldi da parte, ma diciamo che ce li ha. Gli serve un socio, ma i compagni di università in gamba si trovano probabilmente in Canada o in Inghilterra e non ci sono persone provenienti da altre aziende. Dovrà mettersi in società con un altro ex-impiegato di Ubisoft, cosa che gli farà tagliare ancora di più i ponti con il suo vecchio datore di lavoro. Peggio ancora, venendo dallo stesso ufficio i nostri due impavidi imprenditori hanno esperienze simili che limitano il know-how iniziale. Per aprire la società devono sbrigare un mare di burocrazia e pagare in anticipo le tasse su stime di guadagni che non hanno. Le stime stesse sono basate chissà su che modello di impresa, magari una fabbrica. Soldi e soprattutto tempo quindi, tempo che viene tolto al progetto della startup. Trovare un investitore non deve essere facile nemmeno, visto che i videogame sono visti come una cosa da bambini, un prodotto fatto da studenti smanettoni ancora troppo giovani per trovare un lavoro serio, tipo il militare. Forse l’investitore non saprebbe neanche valutare i costi, ma gli Italiani che ci provano sanno che possono rivolgersi agli investitori americani. Purtroppo manca la regolamentazione per cose nuove come Kickstarter, quindi anche quella via non è semplice come potrebbe. Ma l’arretratezza dello Stato non finisce qui: basti dire che per le microtransazioni del free2play, essendo assimilate alla vendita al dettaglio, viene richiesta l’emissione dello scontrino. Il modello economico del gioco quindi è fortemente condizionato da cosa la legge prevede. Mentre per Kickstarter c’è la scusa che è una cosa nuova, il free2play esiste da un bel pezzo, semplicemente nessuno ci ha mai pensato. C’è ancora la scarsa disponibilità di connessioni internet: le società di videogame, soprattutto le startup, non hanno la necessità di avere un ufficio in centro a Roma, si può risparmiare molto mettendosi un po’ fuori qualche piccola città, ma se internet non c’è in centro nella capitale figuriamoci nei paesi. Diciamo però che nonostante tutto, fra società e conti all’estero, trucchi ed escamotage i nostri finiscono il prodotto e arrivano ad una beta. Ai nostri, che sono appunto in pre-release e ancora non vendono niente, farebbero comodo dei tester e magari un programmatore in più che li aiuti per la stable release. Ammesso che li trovino, lo Stato non li facilita certo nelle assunzioni flessibili, anzi, gli chiede tasse molto alte. In fondo se assumono devono essere ricchi no?

La ricerca tecnologica, i videogame in particolare, richiedono leggi moderne, supporto e soldi. Sviluppare un videogame bello, non un’app che si confonde fra le migliaia di giochini free per cellulare, richiede team di almeno 30 esperti per oltre 3-4 anni. Costa milioni. Il gioco va pensato in tutti i dettagli, va creato dal nulla. Le regole, la trama, la community. Va pubblicizzato, i server per le partite multiplayer richiedono manutenzione. Il codice va strutturato, ottimizzato e testato, i kit di sviluppo vanno pagati. Grafica e musica, che la si faccia in-house o la si acquisti va pagata. E come non ci si improvvisa musicisti non ci si improvvisa programmatori né grafici. Ognuna di queste persone va pagata prima ancora di avere qualcosa da vendere, per mesi o anni, così come i computer, i server, l’affitto, i backup, le bollette, le tasse. Non è come aprire un bar, quindi non si possono applicare i regolamenti che si applicano ad un bar. Se un giorno qualcuno si chiederà perché i videogame in Italia non li fanno, perché i soldi di chi compra giochi e console finiscono irrimediabilmente all’estero, perché matematici, fisici, informatici, tester, producer, community manager, animatori, rigger, modellatori, disegnatori, scrittori, designer non trovano lavoro, perché gli unici immigrati che attiriamo finiscono a battere o a raccogliere i pomodori, spero che quel qualcuno si ricorderà di questo post. Facile dare la colpa ai conti in Inghilterra di Ezio Greggio, ma chi pensa a quanti soldi vanno via per l’acquisto di prodotti e servizi di tecnologia? Mi auguro che nessuno creda di riuscire a recuperare i soldi spesi su Steam solo vendendo vino, pasta e mozzarelle. Anche se con tutti gli Italiani all’estero sono sicuro che l’export di cibo va particolarmente bene.


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